Maria Campitelli  1990

dal catalogo unico per le mostre personali alle gallerie:

Diecidue, Milano - Fuxia, Verona - Juliet's Room, Trieste - Neon, Bologna - Noacco, Chieri - Unimedia, Genova

Le macchine ferma-il-tempo

 Sostituire con il " verbo " la forma rimane un problema aperto. II nodo delta questione risiede tra i segni; è lì che accade la trasmutazione, con la testimonianza dei tempi che si modificano. II verbo dovrebbe trascenderli per spiccare il volo nella dimensione frastagliata che essi sottendono. La dimensione di Alessandro Traina è il tempo. Inteso come successione di istanti diviene estensione che interessa lo spazio. E' quindi l0 spazio-tempo neII' accezione einsteiniana. "La successione determina un movimento, il movimento determina uno spazio, una distanza: ecco il tempo come distanza, quindi come superficie” afferma l'artista. Se l' interelazione spazio-temporale è ii punto di partenza di queste operazioni oscillanti tra ferro e carta, il loro sviluppo formale è però inteso come arresto, come interferenza negativa sulla continuità. Traina promuove l'azione impossibile del blocco temporale scegliendo due diverse strade: quella dei grossi tubolari di ferro incurvati e tra loro raccordati, avvolti da solide pulegge di lamiera, e quella delle carte gialline picchiettate di segni a pastello, che si gonfiano, trattenute da sottili intelaiature metalliche, o che si snodano tra Ie griglie di rulli e telai terragni. La prima soluzione contiene Ia stasi di un moto immanente alla struttura, perchè formulata come un ingranaggio nato per l'iterazione, naturale arnica del tempo; ma esso viene congelato nel suo svolgimento da false pulegge, consolidate per misteriosa volontà contraria. Queste assumono anche un altro ruoto, nella loro finta identità elastica. Producono uno slittamento verso quel concetto di surroga che, come sappiamo, segna vistosamente Ia cultura postmoderna, tutta presa dalla considerazione della superficie, a dispetto di una profondità sprofondata. Pur non essendo questo ii motivo principale di queste "macchine-ferma-il-tempo", vi aggiunge tuttavia un ulteriore spiazzamento. La seconda soluzione, quella delle carte infilate nei telai metallici o sospese su di essi, comporta in altro modo l'interruzione della progressione: i fogli maculati, s' arrampicano e penetrano nelI' ingranaggio, trovandovi un disturbo. Lo srotolamento progressivo si smarrisce sul suolo o, a parete, si stempera in iterazioni scalari che ne congelano il flusso. A terra esso contiene Ia memoria di macchine utilizzabili, come la rotativa, mentre i robusti ingranaggi ferrosi fissati alle pareti, come mensole minacciose fuori scala rimandano ad un macchinismo industriale pre-elettronico. A volte anche alla pesante reificazione di quelle figure impossibili (care al giochi subdoli della percezione) che allacciandosi fra di loro, confondono il senso del dentro/fuori e l'univocità della lettura. Gli oggetti vivono comunque del reciproco scambio, creando una tensione installativa che investe dinamiche ambientaIi. Si sovrappongono allora diversi ordini di problemi: quello relativo al linguaggio, quello di una riesumazione macchinistica attinente i sistemi produttivi industriali, quello di un' impostazione para-arredamentale, sviluppata in questi ultimi anni da diversi artisti delI'area nord-europea, e conseguentemente dell'ambientazione. Sono ordini che s'intersecano, insistendo sul contrasto. Ferro e carta, fredda pesantezza e calda bidimensionalità, espansione verticale ed orizzontale; alla fine, totale coinvolgimento dello spazio, segnato da vivide tensioni, che impigliano lo spettatore. Il mondo di Traina è dunque fatto di blocchi improvvisi, oppure di apparenti distensioni intralciate da congegni impregnati di memorie industriali. II suo modo di arrestare il tempo non è sfiorato da pulsioni romantiche, non induce alI'attimo fuggente di Faust che, raggiunta la pienezza, potrebbe esclamare "arrestati, sei bello". E' attraversato invece dalI'eco delle turbine frastornanti, dal sibiIo delle pulegge, dal sordo ansimare delle rotative. Straniante evocazione, che in modo duro, sorretto da una razionalità senza cedimenti, e con risonanze ossimoriche, avvia la cristallizzazione dell'improbabile, di una corsa di per sè inarrestabile. Questa impossibilità coinvolge l'osservatore più di quanto si possa sospettare; se è vero che "l'essenza dell'opera d’arte, come dice H.G. Gadamer, risiede nel fatto che diviene un'esperienza capace di modificare colui che la compie", questa sua qualità pregnante qui tende, attraverso spazio e Ie presenze alterate, ad occupare anche il territorio della fruizione.

“Time-Halting” machines

 Substituting “The Word" to shape is a open problem. The crux of the question lies in the signs; this is where the alchemy occurs, witnessed by the ever-changin times. The word should transcend them to soar into the jagged dimension they imply. Alessandro Traina's dimension is time. Considered as a sequence of moments it becomes an extension involving space. It is therefore Einstein's space-time. "Sequence determines motion, motion determines space, distance: here we have time as distance, therefore as surface" states the artist. If the space-time relationship is the starting point of these oscillating operations between iron and paper, their formal development is implied as a halt, as a negative interference with continuity. Traina promotes the impossible attempt of interrupting time choosing two different roads: one of big iron pipes bent and joined, wrapped in strong pulleys of metal sheets and one of yellowish papers flecked with pastel marks, inflated and supported by thin metal frames or winding among grids of rolls and groundlevel frames. The first solution contains a motion immanent in the structure, because formulated as a mechanisin conceived for repetitiveness, the natural friend of time; but its motion is frozen in time by fake pulleys, consolidated by a mysterious opposed will. These perform one more role in their mock elastic identity. They lead to a shift towards that concept of surrogate which. as we know, marks the post-modern culture, all involved in considering the surface, despite a sunk depth. Although not the main theme in these Time Halting Machines, this does add further imbalance. The second solution, that of paper sheets fitted in metal frames or suspended above them, implies in a different way the interruption of progression; the speckled papers climb and penetrate the clockwork mechanism, finding a disturbance. The progressive unrolling is lost on the ground or wall dissolves into scalar reiterations which freeze the flow. On the ground it contains the memory qf usable machinery, as the rotary press while the robust iron mechanisms fixed to the walls as threatening out-of-scale shelves suggest a pre-electronics industrial machinism. Sometimes also the heavy reification of those impossible figures (that subliminal sensation is fond of) which in mutual hallucination confound the sense of inside/outside and the univocal interpretation. The objects, however, live off this mutual exchange, creating an installing tension which affects the dynamics of the surroundings. Various orders of problems then overlap: that related to language, that of a machinists exhumation pertaining to industrial production systems, that of a para-interior decorating approach, developed in the last years by many north-european artists, and consequentlv of adaptation to the surroundings. These orders of problems intersect, stressing the contrast. Iron and paper. cold heaviness and warm hidimensionalitv, vertical and horizontal expansion, in the end total involvement of space, marked by vivid tensions, which entangle the viewer. Traina's world is then made of sudden halts, or apparent spaces hampered by devices impregnated by industrial memories. His way of halting time is untouched by romantic pulsions, does not evoke the fleeting moment of Faust, who, once filness is reached may ejaculate halt, you’ re beautiful". It is traversed, rather, by the echo of noisy turbines, of the hissing of pulleys, of the dull panting of tile rotary presses. Alienating evocation, which with duress, supported by an unyielding rationality and with oxymoron resonances, induces the crystallization of the improbable, of a race in itself unstoppable. This impossibility involves the viewer more than one might suspect; if it be true that 'the essence of a work art as H.G.Gadamer states "resides in the fact that it becomes an experience capable of modifying the person experiencing it" this pregnant quality tends here, through space and altered presences, to occupy the territory of fruition as well.

presentazione al Concorso Internazionale di Scultura Fiumare d’Arte, 1991

Le sculture di Alessandro Traina occupano diversi centri d’interesse che si sovrappongono ed interagiscono nell’esito visivo. Innanzi tutto la dimensione spazio-temporale è il campo d’azione da cui Traina lancia una sfida all’ordine naturale, ipotizzando una trasgressione allo sviluppo estensivo (spazio) e allo svolgimento del moto per un supposto arresto del tempo. I mezzi impiegati per costruire quest’ordine inverso insistono su un aspetto macchinistico che ci riporta ad un assetto industriale pre-elettronico. Grossi tubolari di ferro si snodano, si piegano, si congiungono, avvolti da false pulegge metalliche che, visivamente contengono una pulsione motoria, in realtà contraddetta dalla qualità dei materiali atti a bloccare anzichè favorire il movimento meccanico. Così facendo Traina scivola verso quel territorio della finzione e del simulacro che è il cardine precario della cultura postmoderna. Non le aeree e divertite “macchine inutili” inventate da Munari per la libertà dello spirito creativo, ma strutture massicce e scabre con dentro l’idea di turbine, bielle o che altro particolare meccanico si voglia. Comune ad entrambe permane l’afunzionalità che obbedisce alle leggi nascoste della mens inventiva, svincolata dai canoni di una prassi praticabile. Ma ai poderosi giunti ferrosi si contrappongono le spianate cartacee gialline, maculate col pastello a cera, unica concessione estetica in un flusso di parole asciutte ed essenziali. Le carte si stendono a terra e s’arrampicano entro congegni metallici che richiamano le rotative. Anche qui lo svolgimento si blocca negli incastri para/macchinistici, o si suddivide in superfici trattenute da intelaiature a muro o a “castello”. E le opere, con il loro tasso ossimorico ed energetico contenuto nella contrapposizione dei materiali, aspirano ad una sistemazione installativa, dove il dialogo da esse innescato, si espande e contamina il contenitore. L’inversione dell’ordine diviene allora condizione globale entro cui l’osservatore è attirato e può smarrirsi. Il percorso intrapreso comprende pertanto le stazioni del linguaggio, della finzione, dell’ambiente, della conoscenza, per una revisione possibile di concetti precostituiti, o di riduttivi “luoghi comuni”.