Francesca Turchetto

dal catalogo della mostra collettiva “Nuove Contaminazioni”, Galleria d’Arte Moderna di Udine, 1998 (a cura di Enrico Crispolti)

Le installazioni di Alessandro Traina possono essere lette come singole sequenze di un discorso che parte dall’ipotesi di un annullamento del tempo attraverso lo spazio e contemporaneamente di un annullamento dello spazio attraverso il tempo. Ipotesi inaudita che cerca di prendere corpo in strutture esteticamente pulite e composte in grado di celare lo sforzo titanico legato alla possibilità dell’accadere dell’evento. Nelle opere datate primi anni ‘90 si assiste al tentativo di bloccare il tempo intervenendo nel suo essenziale divenire. Strutture in ferro formalmente leggere come clessidre, in realtà di una pesantezza statica propria del ferro, ripropongono, negandola, la certezza ineluttabile dello scorrere del tempo. Non c’è il passaggio lento e inarrestabile della sabbia in due contenitori  posti l’uno sopra l’altro come si usa nello strumento simbolo della determinazione temporale: i due recipienti sono vuoti, o meglio non ci sono affatto, sostituiti da due apparenti bende elastiche che non si riempiono e non si svuotano, nemmeno comunicano. Si potrebbe girare e rigirare questa clessidra all’infinito: il presente non incontrerebbe mai il passato e il futuro non sovrasterebbe il cumulo di sabbia sottile che rappresenta in questo primo orologio il presente. Lo spazio, luogo dell’accadere del tempo, con un gioco di studiate analogie lo annulla, lo ferma. Nei lavori più recenti il gioco si inverte. Ora è il tempo ad azzerare la dimensione spaziale mediante installazioni atopiche. Troviamo ancora il ferro questa volta però usato come supporto dalle sagome più inconsuete. Sul ferro della carta a mano, ruvida e leggera, appoggiata, quasi trattenuta grazie alla forza attrattiva di una calamita. L’opera occupa uno spazio, ma quello non è necessariamente il suo spazio, il gioco di forze messo in atto dalle calamite lo destabilizza costringendola a trovare un suo compimento in un non-luogo. L’installazione è unica ma plurime sono le tracce lasciate sulla parete, tante quante ne permette lo spostamento di una calamita. Il tempo, rompendo la fissità dell’opera (nell’attimo stesso in cui la leggo l’opera è unica e molteplice) ne annulla la dimensione spaziale. L’occhio ha un continuo rimando da un frammento all’altro e anche quando sembra potersi arrestare, dei tracciati disegnati sulla carta lo costringono a considerare le calamite come segni inequivocabili dell’instabilità dell’opera. La necessità concettuale di uno spazio e la sua possibilità concreta risuonano nel naturale strumento di attrazione che funge così da elemento determinante per dare al discorso una valenza esistenziale. Se non esistono uno spazio e un tempo assoluti lo spazio fenomenico può anche annullare il tempo così come il tempo esistenziale può annullare lo spazio.