Francesco Tedeschi

Presentazione della mostra personale alla galleria Vanna Casati, Bergamo 1994

Le realizzazioni di Alessandro Traina vertono, si può dire, ad un unico fulcro tematico, la rappresentazione visiva della percezione del tempo nella sua duplice qualità di coscienza del continuo divenire e di stupore nella scoperta di ciò che è trascorso. All’incontro fra la “durata e l’”istante” si pongono diverse possibilità di rivelazione o di evento, ridotte all’essenziale, al minimo, nelle sue strutture elementari. Ogni ciclo di suoi lavori si pone come un diverso modo di catturare qualche attimo perduto, di fermare ciò che non è più. in una sensazione di remissivo abbandono all’ineluttabile. Le forme cui in questi anni Traina ha dato vita, sempre tese a raggiungere una forza scultorea nella relazione con lo spazio della realtà, sono caratterizzate da una ricerca di neutralità, per evitare qualsiasi tentazione di racconto o di lettura privata; segno, questo, di un rapporto con la misura temporale, più che con la vicenda esistenziale. Esse divengono così opere estremamente oggettive, che potrebbero essere “fatte” da chiunque, sulle quali ciascuno è invitato a intervenire. Si tratta di dati significativi per comprendere la personalità dall’artista, discreta e lucida, che non si impone, ma lascia che le cose parlino per lui. L’intenzione costruttiva ripresa anche dagli studi di architettura effettuati da Traina, si è chiaramente manifestata già nelle opere in ferro eseguite con tubi piegati a disegnare nello spazio una struttura unica, chiusa in se stessa, che fa pensare a diverse elaborazioni dell’idea del natro di Moebius. Fasce nere, in ferro, ma a imitazione di materiali più leggeri, completano l’immagine progettata con il senso di un trompe-l’oeil che introduce l’impressione di una interruzione o di un legame aggiunto, per attribuire alle torsioni una identità più determinata. Il tentativo di qualificare maggiormente quel senso di flusso e di continuità, istituendo un nuovo rapporto fra una successione di durata illimitabile e la rivelazione di momenti reali, si ha con l’adozione di un nuovo medium, la carta gialla rivestita del segno dell’impronta del pavimento dello studio, secondo il sistema del frottage, che si pone al limite fra l’intervento fisico individuale e individuabile e una ricercata impersonalità di manifestazione. Dal punto di vista formale si evidenzia il contatto tra peso e leggerezza, con prevalenza di quest’ultima, nella levità della carta dolcemente costretta da griglie di ferro che la incanalano. L’esigenza di leggerezza è ancor più chiara nel lavoro successivo, dove anche la carta diviene un frammento, in alcuni casi trasparente, che, a detta dell’artista, si ispira a quelle note che ci appuntiamo lasciandole in vista, per poi dimenticarle, o a immagini fotografiche abbandonate al confronto con la prepotenza del presente. Le cornici di ferro mantengono valora strutturale e rigido, se non fosse per l’uso della calamita, lo strumento con il quale l’artista reintroduce, nella fissità del momento, la variabilità delle forme, con un senso di mobilità che è ricorrente nel suo lavoro. La parte più attuale e originale di esso - gli “intervalli”- dove le carte si dispongono su una superficie neutrale, in modo ogni volta diverso per l’intervento delle barre magnetiche che le bloccano in uno stato provvisorio, rappresenta forse l’immagine più forte di questo motivo costante dell’incontro fra la rigidità della forma data e il modificarsi degli elementi accessori e qualificanti, in una personale sintesi di contenuti riflessivi e rappresentazione autonoma, che cerca sempre nuovi modi di esprimersi.

Permanenza e permutabilità dello spazio

dal catalogo per la galleria Spaziotemporaneo, Milano 2010

Lavorando su forme di azione e su strutture visive che si definiscono solidamente volta per volta in modo autonomo, Alessandro Traina è andato da una serie all'altra ripetendo alcuni motivi di base, che si rinnovano però ogni volta con caratteri diversi. L'autore delle figure geometriche decostruite che costituiscono il gruppo aperto degli attuali “In-spiegabili” è lo stesso che nei primi anni Novanta sembrava prendere una direzione immateriale e concettuale nelle forme che parevano volere avanzare un'altra, ennesima, sfida al concetto di quadro, con le superfici eseguite a frottage e trattenute da elementi che le incorniciavano o venivano variate dalle calamite, dei primi anni Novanta? Quanto e cosa è cambiato da allora, e dai momenti che precedevano o hanno seguito quella fase della sua esperienza?

In un certo senso, la maturazione in lui avvenuta è frutto del bisogno di mantenere fedeltà a una linea data, che si esplica nel silenzio e nell'impercettibilità di un fare che si vuole più mentale che materiale, ma che ha bisogno di aderire a una concretezza di fatto, quella della manualità di operazioni che si estrinsecano in gesti ponderati, limitati, studiati e sperimentati nelle loro diverse possibilità di manifestazione, prima di essere abbandonate, o almeno accantonate, per passare ad altre, che possono raggiungere una maggiore o diversa efficacia, dopo una fase di necessaria sperimentazione.

Questa fedeltà a se stesso all'interno del bisogno di modificare l'oggetto della sua attenzione, questo suo modo di pensare l'opera come una via per dare voce e immagine al continuo dialogo tra forma e non-forma, tra persistenza e variabilità, tra assolutezza e relatività, tra costruzione e decostruzione, è messa alla prova in ogni gruppo di lavori da segni di maggiore coraggio, da un'ulteriore originalità e forza di rappresentazione. Come è proprio di autori con una ricerca mirata, che pare scaturire da ragioni interne quasi predeterminate, che trovano una consequenzialità in un fondo di naturalezza, si potrebbe anzi pensare che il suo modo di operare sia simile a quello del saltatore in alto, che deve sollevare progressivamente l'asticella di qualche centimetro, per vedere fino a dove può arrivare. Sappiamo bene che in una disciplina come quella, del resto, come in molti casi della vita, non è sufficiente saltare “più in alto”, ma occorre studiare i movimenti per ottenere, modificando i passaggi e le “torsioni”, un risultato migliore. Si tratta di creare un connubio tra energia e stile, con la necessità di unire le qualità fisiche con quelle dell'ingegno. Caratteri che ben corrispondono alle aspirazioni che si possono riconoscere nel lavoro di Traina in una prospettiva storica, all’interno della sua storia di artista, riflettendo sul senso di leggerezza da lui ricercato originariamente con le carte e le plastiche incorniciate, spezzate, trattenute da calamite che generano una momentanea, istantanea stabilità in un fluido muoversi, che è del tempo e delle forme. E anche agli accartocciamenti, alle tensioni fisiche, alle “torsioni” che hanno successivamente introdotto altri mutamenti, spesso all'insegna di un convergere verso l'interno, l'interiorità, come è in molti suoi lavori degli ultimi anni, soprattutto quelli a parete, compiuti in forma prevalentemente pittorica, per giungere a una nuova espansione, a una distensione, come potrebbe essere quella dei lavori attuali.

Quella leggerezza e quella torsione trovano una nuova sintesi in questa recente serie di opere inscritte all'interno della categoria dell'“in-spiegabilità”, come ha efficacemente indicato l'artista stesso, scegliendo questo gioco di parole per parlare della forma, del procedimento e del probabile esito estetico, di una intuizione che deve mantenere un grado di imponderabilità, al di là di qualsiasi intento progettuale predefinito. Effettivamente, questi lavori richiamano certe proposte dell'area “neo-costruttiva”, nella quale si possono riconoscere alcuni artisti cresciuti fra gli anni Sessanta e Settanta alla luce delle esperienze di una ricerca formale di analogie fra arte e architettura nella prospettiva di un intervento sullo spazio nella sua natura di campo percettivo. Diversamente da quelle, le soluzioni proposte ora da Traina, che pure risentono della derivazione da un punto di partenza pienamente individuabile, di una forma geometrica che in filigrana traspare come motivo originario di una espansione nello spazio in cui le segmentazioni dei suoi lavori producono nuove tensioni dinamiche, non vogliono concludersi all'interno del percorso prevalentemente formale dal quale scaturiscono, ma intendono riprendere, in modo diverso, il tema centrale del suo specifico operare, quello di una istantaneità di posizione che contiene i suoi precedenti, i passaggi che l'hanno generata, e fa della leggerezza di spazi che si librano nel vuoto il momento in cui rapprendere le possibilità che ogni elemento può o poteva generare. Quella, quella sola è data, ma mentalmente ci è richiesto di immaginarne altre possibili, di completarla con le altre fasi del lavoro, con le figure potenziali cui il singolo lavoro, anche nella sua necessaria articolazione in più parti, dà vita.

Le torsioni, allora, possono essere nuove soluzioni per quelle tensioni minimali che si annunciavano nelle sue sculture in ferro della fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, con le quali si può riconoscere ancora qualche analogia nei lavori di oggi, per verificare il percorso da lui compiuto, la sua esigenza di salire più in alto, ma con uno stile che ha raggiunto altri gradi di complicazione e, nello stesso tempo, di essenzialità.

Permanence and interchangeability of space

Working on moving shapes and on visual structures, which are solidly shaped from time after time autonomously, Alessandro Traina has moved from work to work repeating core motifs, but renewing them each time with different characteristics.

Is the author of the dismantled geometric shapes, which constitute the open group of the current “In-explicable”, the same of the beginning of the nineties, who seemed to take an incorporeal and conceptual direction of the shapes, which looked as they wanted to bring forward another, umpteenth, challenge to the concept of picture, with the surfaces carried out in frottage and kept together with framing elements or with magnet variations? How much and what has changed from that time, and from the period preceding and following that phase of his experience?

 In a way, this development process stems from his need to maintain faith to a pre-set course, which is expressed in a quiet and imperceptible mental action, more than material, which needs to adhere to a factual concreteness, the manual action of mixing though over and limited gestures, studied and experimented in their various forms of expression, before abandoning them, or at least, put aside, to move forward to other shapes, which, after an essential experimental phase, can reach a different or stronger effectiveness.

 This loyalty to himself, that is shown by the need to modify the object of his attention and by his way to think that a work of art is a way to give a voice and an image to the continuous dialogue between shape and non-shape, between persistence and changeableness, absoluteness and relativity, construction and dismantle, is put to the test in every sets of works, where signs are given of increased courage, further originality and strength of representation.

 As it is peculiar of authors with a targeted research, which stems from almost pre-determined internal motivations, which find a consequential line in a natural background, one might even think that his modus operandi is similar to that of a high jump athlete, who progressively raises the mark of few centimetres, to test how higher he can jump. On the other hand, we all know too well that in that discipline, like in other spheres of life, it is not sufficient to try to jump “higher”, but a study of the movements is needed, modifying the passages and the “twists” to obtain a better result. It is a matter of creating a bond between energy and style, with the need to link the physical qualities with that of the ingenuity. Traits that match the inspirations of Traina are positioned in a historical perspective, in the contest of his story as an artist, pondering on the sense of fickleness that he originally looked for by way of framed broken pieces of paper and plastic, kept up by magnets that generates a temporary, immediate stability in a fluid movement peculiar of time and shapes. Also the rolling up of paper, the physical tensions, the “twists” that later have introduced other changes, are often aimed to convey towards the internal, the inner part, as in many of his works in the last few years, especially those on the wall, performed in a prevailing pictorial shape, to reach a new expansion, to a stretching, it is likely to be also that of current works.

 That fickleness and that twist find a new synthesis in this recent set of art works inscribed within the category of the “In-explicable” and how the artist himself has effectively suggested, he has chosen this playing on words to talk about the shape, of its course and possible aesthetic outcome, of an intuition that must maintain a degree of imponderability, beyond any conjectural pre-determined intent. Actually, these works recall certain proposal of the “neo-constructive” zone, in which one can recognise some of the artists of the sixties and seventies who grew at the light of the experience of a formal research by analogy with art and architecture in the perspective of an intervention on space in its perceptive field nature.

 Contrary to those mentioned, the solutions that are now put forward by Traina, although they feel the effect of their derivation from a wholly individual starting point, of a geometrical shape in filigree that shows through, like the initial motif of an expansion in space, in which the segmentations of his works produce new dynamic tensions, that do not want to end up in the contest of a prevailing formal process from which they stem, but they want to pick up again, albeit in a different manner, the core theme of his own modus operandi, that of an immediate action of positioning which is contained in his previous work, the steps that generated it, and gets the fickleness of spaces suspended in emptiness as the moment in which to clot all the possibilities that each element can or could generate. Although only that one is given, we are requested to imagine in our mind all other that are possible, to complete it with other stages of the work, with the potential figures with which the single work, albeit in its necessary articulation in various parts, generates.

 The twists, then, could become new solutions for those minimal tensions announced in his iron sculptures towards the end of the eighties-beginning nineties, with which it is still possible to recognise an analogy with today’s’ works, to verify the accomplished course, his demand to climb higher, but with a style that has reached another degree of complexity and, at the same time, of essentiality.